Si chiama Umberto Boccioni (1)

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Catania, via dei Cestai

A Catania, in un giorno del novembre 1899, verso le ore dodici. I cavalli degli attacchi signorili, le grida dei venditori, il vento di mare. Un giovane bruno, dal volto affilato, i capelli lisci che gli cadono in ciuffo sulla fronte, sale di corsa le scale di un vecchio palazzo di via dei Cestai, stradina del centro, a quattro passi da piazza Università. Si chiama Umberto Boccioni, ha diciassette anni appena compiuti e come al solito va al secondo piano, agli uffici della «Gazzetta della Sera», un quotidiano di tendenza moderata, che non dà pensiero a sua eccellenza il prefetto Bedendo. Quel giovane è un valenti, come si dice dei ragazzi ambiziosi e di buona stoffa nella parlata etnea. Vuol diventare uno scrittore, una firma del giornalismo; e perciò nei mesi scorsi ha fatto pratica di cronista, provando l’emozione di vedere stampate, pubblicate, le sue parole. Ma stavolta in redazione non consegnerà dei fogli scritti, bensì lascerà dei saluti. Domani infatti partirà da Catania per stabilirsi a Roma.

Proprio verso le dodici conviene andare alla «Gazzetta della Sera». Non è presto, non è tardi, e c’è persino la possibilità di incontrare il direttore, che quasi sempre, prima di uscire per la colazione s’intrattiene a conversare di varia umanità nella sala di scrittura. Il direttore è un ragusano di trentaquattro anni, azzimato e profumato, che evoca però nel nome veemenze moresche di ferri e di assalti: Paolo Arrabito. Da un anno il signor Arrabito articolista acuminato, ma uomo dall’ampio uso di mondo, è anche il proprietario del giornale, che rilevò con l’aiuto d’una ricca amante e che subito dopo l’acquisto trasformò, modificandone la testata e i tempi di stampa; perché insomma la «Gazzetta della Sera» altro non è che la vecchia «Gazzetta di Catania», apparsa per la prima volta quarant’anni prima, per inneggiare a Garibaldi che era sbarcato con mille seguaci a Marsala.

«Boccioni, ho saputo che siete in partenza per la Capitale, e che abiterete in casa di una vostra zia. Ditemi, ditemi…».

Appunto nella sala di scrittura, è il direttore che si rivolge affabilmente al giovane. Ma ciò che egli ascolta da Umberto, non è davvero nuovo al suo orecchio, giacché i voli delle confidenze sono fitti e ininterrotti non soltanto nella redazione della «Gazzetta della Sera» ma anche nel Palazzo dei Minoriti, la sede della Prefettura, dove il signor Arrabito va talvolta in udienza e dove ha avuto modo di apprezzare le maniere educate di un commesso romagnolo appassionato di opera lirica: Raffaele Boccioni, genitore del valenti. Gli dice dunque il ragazzo che il ministro dell’Interno ha disposto il trasferimento, tra breve ma non si sa quando, di suo padre a Roma: ed ecco perché egli intanto va via da Catania dopo un paio di anni indimenticabili, che gli sembrano lunghi come un’intera vita. Certo, è amaro il distacco da questa città, da queste stanze della «Gazzetta», dagli amici. Però l’idea di poter vivere a Roma gli alimenta ancora più l’entusiasmo per la letteratura, per il giornalismo, per le avventure. Adesso che ha chiuso i conti con i professori della Regia Scuola Tecnica «Agatino Sammartino», e che ha il diploma in tasca, potrà finalmente accedere agli studi superiori, e leggere e scrivere; ed esercitarsi nel disegno, visto che i giornali riservano sempre più spazio alle illustrazioni di luoghi, eventi, personaggi.

Prima di apporre la sua firma su di un album che Umberto ha portato con sé, e che già reca altri autografi augurali, il direttore non gli nasconde le difficoltà di trovare un varco nel giornalismo romano, affollato dei migliori talenti di tutt’Italia, malo esorta a farsi valere per quelle che sono le sue qualità più spiccate: l’intelligenza intuitiva e la determinazione. E conduce infine il discorso al consueto approdo: «Mi raccomando, caro Boccioni, non trascurate le ragazze romane, che meritano, sapete. Altro che la Silvia del Leopardi, dagli occhi ridenti e fuggitivi! Vi accorgerete, invece, che le trasteverine sfidano lo sguardo dell’uomo; e che quindi i casi sono due: o si va immediatamente all’attacco o si resta disarmati».

G. AGNESE, Vita di Boccioni, Camunia, Milano, 1996.

Si chiama Umberto Boccioni (1)ultima modifica: 2013-09-25T15:47:22+02:00da comitatoisact
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